Category: Luoghi ‘comuni’

In mostra foto e lastre, per dire no alla violenza sulle donne

Giovedì 16 gennaio alle 11 al WeGil di Roma (Largo Asciangji 5) la presentazione della mostra “L’INVISIBILITÀ NON È UN SUPERPOTERE”fotografie e lastre per dire no alla violenza sulle donne

In mostra 10 fotografie e 10 radiografie che raccontano il mondo di dolore e silenzio in cui vivono le donne vittime di violenza. L’esposizione, di Fondazione Pangea e Reama Network, è promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea in collaborazione con la Fondazione stessa, promotrice di Reama, la rete per l’Empowerment e l’auto mutuo aiuto per le donne vittime di violenza.

Le foto in mostra sono state realizzate dalla fotografa Marzia Bianchi che “ispirandosi alle parole delle donne accolte dallo sportello antiviolenza on line di Reama ha trasformato la narrazione in immagini”. Accanto alle fotografie, saranno esposte, in totale anonimato, le radiografie, effettuate alle donne arrivate nei Pronto Soccorso e che hanno dichiarato di aver subito violenze, fornite per gentile concessione dall’Azienda ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma e dall’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, .

(Sabrina Lupacchini/slup)

La passione di Maria e il suo Vintage Italian Fashion

Ascoltare la storia di Maria Cattini ed osservare le sue creazioni è stato come attraversare un sipario e ritrovarsi catapultati in un mondo fatto di colori, coraggio e creatività.
La grande forza e la sua capacità creativa hanno trasformato quello che è stato un momento “difficile”, come un’occasione di esplorare mondi nuovi e creare alternative alla propria quotidianità.

ARTeSOCIALE riporta il suo racconto tratto dall’articolo di Tiziana Pasetti, pubblicato in Abruzzoeconomiaonline.it il 13 giugno 2019.

Quadri e lampade, cornici e cristalli, divani sontuosi, tappeti, un tavolo rosso con la scritta in bianco della bibita analcolica piu ̀ famosa del mondo. Un incontro di oggetti che raccontano il soggetto che li ha cercati, scelti, fatti suoi. L’appartamento di Maria ospita una infinita ̀ di storie e molte ne racconta e trasforma. La notte del 6 aprile 2009 Maria Cattini era direttore di una testata online, ilCapoluogo.it; la scossa la svegliò ma da Scoppito (della provincia dell’Aquila, ndr), dove viveva, entrò subito nel gestionale e cominciò a caricare le notizie che minuto dopo minuto le arrivavano. Iniziò in quel momento un periodo che sarebbe durato anni e che l’avrebbe vista in prima linea nella scomoda posizione di chi deve narrare nel modo più equilibrato possibile un luogo capovolto dalla natura e stravolto dalla reazione politica – locale e nazionale – amministrativa e sociale. Se è vero che guidare una redazione, “gestire” un editore e monitorare il lettore sono gli scogli scivolosissimi di ogni realtà informativa, farlo quando sei l’unica giornalista della squadra prima da casa e poi all’interno di un container senza servizi, di pochi metri quadri, preso d’assalto da lupi affamati dai due milioni di contatti unici che il quotidiano online generava è una impresa titanica. L’esperienza finisce in modo burrascoso per incomprensioni interne (storia normale nel media world) ma il peso della sua capacità critica nella comunità urbana non le permette di ritirarsi e crea un blog di opinione, L’Aquila Blog, ancora oggi online, ancora oggi luogo scomodo, indipendente e non allineato capace di creare dibattiti accesi intorno a notizie esclusive, dissonanti rispetto al mainstream.

Maria Cattini

“Quando ho smesso di dirigere ilCapoluogo ho iniziato a stare male fisicamente con sintomi che erano difficili da diagnosticare, ero senza forze, sempre stanca”. Maria è seduta sullo sgabello del suo nuovo studio, la camera che era del figlio, riadattata per una duplice funzione, una giornalistica e una da artigiana: “C’e ̀ voluto un anno per avere una diagnosi e dare un nome a quella apatia: sindrome di Sjogren, malattia autoimmune debilitante, cronica, che toglie energia, affatica le articolazioni e provoca la disidratazione delle mucose di occhi e labbra. Una malattia rara, subdola, invisibile e che durante le ricerche può sembrare tutto e niente. Non l’avevo sentita nominare, poi ho scoperto che se ne era parlato sui giornali perché la sindrome aveva colpito anche la tennista statunitense Venus Williams. E’ difficile spiegarla a quelli intorno a te, spesso non ti senti capita perché non da’ segni di sofferenza esteriori. Io però ero stata quattro mesi a letto, impossibilitata a muovermi, ho davvero avuto paura che non ce l’avrei mai fatta a ristabilirmi”. Maria allunga una mano, prende una pinza, un pezzo di ferro, un cristallo e uno scampolo di stoffa: “Era necessario trovare un’idea che mi portasse via tutti i pensieri negativi e mi aiutasse a dare un senso a quelle mattine in cui mi svegliavo già stanca, con le mani e le ginocchia paralizzate. La mia passione per la moda e per le arti manuali ha segnato la strada della rinascita. Un ruolo importante l’ha svolto la mia grande amica Carmen, con lei, oltre tre anni fa, abbiamo aperto una pagina Facebook dove selezionavamo le occasioni vintage più rilevanti scovate nei vari mercatini dell’usato. Viviamo però in una città provinciale e borghese dove in pochi comprendono il significato di questo termine, per gli altri sono solo stracci usati da chissà chi. Al tempo stesso, però viviamo in un mondo usa e getta, con veloce e ciclica obsolescenza che produce un abbondante e florido mercato dell’usato e allora abbiamo scoperto la filosofia del riuso: quando un oggetto non serve più a un individuo può essere utile ad altri. La capacità degli oggetti di descrivere il consumatore è stata una sfida tanto quanto capire l’incidenza che hanno le marche e i brand nel determinare un acquisto e in particolare l’acquisto di beni usati. Scegliere di seguire negli anni una determinata linea di prodotti nasconde anche l’adesione a dei modelli di comportamento, uno stile di vita, un’estetica e, addirittura, dei valori sociali e morali. La marca in sé non è sufficiente a trasformare un bene da usato a vintage: ci sono valori legati al contesto storico, sociale e culturale in cui è vissuto come bene nuovo che vanno considerati. Essere vintage significa ricercare quella autenticità in ciò che è raro e non può essere riprodotto con i materiali di oggi”.

Gli occhi di Maria si illuminano. Allunga le mani e prende una grande scatola. La apre. Dentro c’è una confusione di oggetti di ogni colore e forma. La guardo dubbiosa e lei ride, si alza, prende una collana: “Tu vedi confusione, io invece in queste scatole trovo tanti nuovi tesori. Muovo le mani, le alleno, le sciolgo, è fisioterapia per la mia malattia e armonia per i miei pensieri e intanto creo. Tutto quello che vedi” si gira su se stessa, le pareti sono piene di creazioni che nascono dal genio di Carmen e dalla capacità manuale di Maria. Il primo acquisto è stato uno scatolone pieno di cristalli provenienti da lampadari degli anni ’50. Dovevano servire per creare borse da sera e invece sono diventati ferma foulard. Come? Unendoli a dei materiali “scontati”: componenti di gomma, guarnizioni per l’idraulica, fregi di legno, pezzi di ottone di antiche lampade, parti di mobili da rottamare, piatti, posate, fibbie, pietre, corde. “Una volta trovammo, a un euro, un veliero bruttissimo composto però da vele fatte di splendido corno. Un oggetto orripilante fatto di un materiale ormai introvabile. Dopo due giorni e una attenta opera di smontaggio, avevamo realizzato quattro collane meravigliose”, Maria ne prende una dall’espositore e la indossa, la vela di corno adesso è un ciondolo regale. “Compriamo e poi smontiamo, dipingiamo, seghiamo, limiamo e assembliamo tutto nuovamente. Poi li indossiamo, li regaliamo alle nostre amiche, li esponiamo. E’ una collezione impegnativa, non è da tutti andare in giro con una cornice d’ottone appesa al collo, ma è la sintesi della nostra forza e del coraggio di intraprendere un nuovo percorso, dare una nuova possibilità alla nostra vita”.

“Dopo tutto questo vagare, è nata l’idea di creare un blog dedicato a questa passione, Vintageitalianfashion.it, per condividere consigli su come valorizzare le donne, le loro caratteristiche, su come fare a scegliere tra i capi in commercio quelli adatti per una occasione di lavoro o per un viaggio di piacere. Oggi il panorama è vastissimo, non si seguono vere regole nella moda e la libertà è assoluta: si può sfoggiare una Kelly di Her̀ mes con un paio di jeans e ai piedi le Stan Smith ed essere perfettamente in ordine. Con questo taglio editoriale il blog è un mix di quello che sono le nostre passioni: la moda, il vintage, la cultura del fai-da-te, la creatività e il giornalismo. Il tutto a costo zero (ci siamo fatte anche il sito da sole) e mettendo in rete le nostre conoscenze e la curiosità di scoprire sempre nuovi orizzonti da comunicare in questo campo. Farlo da protagoniste di una vita che abbiamo riconquistato e farlo, attivamente, da una citta ̀ che e ̀ ancora sospesa”.

Sito: Vintageitalianfashion.it/
Fb: vintage italian fashion

Fonte: Tiziana Pasetti – Abruzzoeconomiaonline.it

Forme e spazi del lavoro nel tempo della Quarta rivoluzione industriale


Mostra
Inaugurazione: sabato 16 novembre, ore 13, alla presenza delle autorità e degli autori. Periodo mostra: 17 novembre – 22 dicembre 2019

Giornata di studio
Sabato 16 novembre dalle ore 10 alle ore 13 e dalla ore 15 alle ore 19.
Partecipazione a iscrizione gratuita entro il 15 novembre: info@lineadiconfine.org

Negli anni Novanta, con i primi effetti dei processi della globalizzazione sull’economia italiana, il tema della deindustrializzazione entra all’attenzione dei media e del dibattito sulla città industriale condotto da architetti, urbanisti e sociologi del lavoro. Tuttavia, le tematiche inerenti al lavoro sono rimaste per lungo tempo sullo sfondo di una generale trasformazione dell’economia e della società, al punto che i media, la letteratura, il cinema e la fotografia se ne sono occupati solo marginalmente, come uno dei tanti effetti prodotti su larga scala dalla globalizzazione.  

Olivo Barbieri, Ferrari’s Factory, da Work in progress, 2003. Dalla collezione Linea di Confine, Rubiera.

A seguito delle recenti crisi economiche, il tema della disoccupazione e della trasformazione del lavoro, anche in relazione alla rivoluzione digitale, ha avuto ripercussioni a livello politico e sociale, con un’improvvisa accelerazione nell’ultimo decennio.

Con la Quarta rivoluzione industriale, caratterizzata da un forte impulso all’automazione, il lavoro sembra diventato  invisibile nei flussi governati dagli algoritmi, ma in realtà ha assunto nuove forme in rapporto alla tecnologia e al territorio, diventato quest’ultimo, una vera e propria “fabbrica a cielo aperto”. La fotografia contemporanea si è preoccupata in questi decenni di sottolineare l’aspetto immateriale del lavoro e la dimensione astratta dei processi produttivi e delle nuove tecnologie ma forse manca una visione più approfondita e puntuale sulle nuove forme del lavoro e degli spazi della produzione.

Il progetto di ricerca di Linea di Confine, si propone pertanto di contribuire a una maggiore conoscenza delle forme e degli spazi assunti dal lavoro in questi ultimo decenni, attraverso una mostra, una giornata di studio aperta al pubblico e un concorso fotografico under 35. Le tre iniziative sono fra loro correlate e si propongono al pubblico e ai partecipanti ai lavori della giornata di studio, come un laboratorio aperto alla discussione e al confronto sul tema del lavoro nell’epoca della quarta rivoluzione industriale, i cui esiti potranno essere utili nella preparazione di future indagini sul territorio.


SMK Videofactory, The Harvest, 2017

La mostra collettiva inaugurerà sabato 16 novembre 2019 alle ore 13 all’Ospitale di Rubiera (Reggio Emilia), con opere prodotte recentemente sul tema da autori e collettivi come Michele Borzoni di TerraProject, con la serie Workforce, dove la “forza lavoro” è analizzata in vari contesti lavorativi, dall’Icommerce, ai call center, all’impegno di mano d’opera a basso prezzo nei lavori agricoli stagionali (2017), Allegra Martin con la serie I luoghi e i lavori 4.0 (2017), un progetto a cura della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, realizzata in collaborazione con la Fondazione Mast di Bologna, Andrea Paco Mariani, del collettivo SMK VideoFactory, con il video The Harvest, (2017) realizzato nelle campagne dell’Agro Pontino, dove viene impiegata in lavori agricoli mano d’opera indiana a basso costo, di William Guerrieri con la serie Bodies of Work (2018), un’indagine sul lavoro e il corpo, in rapporto alla tecnologia, alla Saipem di Marghera e nelle aree circostanti Fincantieri, realizzata per il Comune di Venezia, di Andrea Simi con la serie Poimec, realizzata su una piccola azienda situta nel Tecnopolo di Moncalieri, in Piemonte, che opera prevalentemente sui mercati internazionali (2019).

Oltre a queste opere saranno esposte fotografie provenienti dalla collezione di Linea di Confine,  come la serie Ferrari’s Factory di Olivo Barberi realizzata nel 2003 e la serie Seccoumidofuoco di Paola De Pietri, realizzata nel 2013 nel distretto della ceramica di Fiorano Modenese, alcune fotografie degli anni Novanta  in dialogo fra loro, sia per i contenuti che per gli aspetti formali, di Stephen Shore (dalla serie Luzzara, 1993) e Guido Guidi (dalla serie Lestans, 1998, da collezione privata), che ritraggono operai al lavoro su macchine utensili.

Infine, nel contesto della mostra saranno esposti gli esiti del concorso fotografico Under 35, (maggiori informazioni al sito www.lineadiconfine.org) che prevede l’esposizione delle ricerche di almeno 10 giovani autori sui temi della manifestazione.

Sempre sabato 16 novembre 2019,  si terrà contestualmente alla inaugurazione delle mostre, una Giornata di studio, con i saluti di Laura Moro (IBC Regione Emilia-Romagna) e con la partecipazione del sociologo Aldo Bonomi, dell’urbanista Stefano Munarin, dello scrittore Gianfranco Bettin, dell’architetto Claudio De Gennaro, lo storico della fotografia Antonello Frongia, dei fotografi Jorge Ribalta (Spagna), Olivo Barbieri, Michele Borzoni, William Guerrieri,  Andrea Pertoldeo, Andrea Simi e del regista Andrea Paco Mariani.

Apertura mostra e bookshop
17 novembre – 22 dicembre 2019
Sabato, domenica e festivi  10-13 / 16-19
Altri giorni su appuntamento
Ingresso libero

Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea
L’Ospitale
Via Fontana 2
42048 Rubiera, RE
info@lineadiconfine.org
www.lineadiconfine.orgam

“In arte si è geni o artisti di nicchia. Io sono genio di nicchia” evento con l’artista Rita Vitali Rosati

“Mi candido per nuove primavere e altri canti del cuore”. Scriveva così l’anno scorso Rita Vitali Rosati in un post pubblicato sulla pagina Fb, in occasione del suo compleanno. Poliedrica artista e performer, capace di trascendere le proprie opere, Rita Vitali Rosati è l’espressione viva, trasgressiva, ironica e profonda di cosa vuol dire ESSERE ARTE. Protagonista assoluta di un progetto che dura un’intera esistenza, con direzione arte, osserva e registra la vita fino “alla radice delle cose”, traducendone poi l’essenza in opere. A lei la Fondazione Diversoinverso di Monterubbiano, domenica 11 agosto (ore 21), darà il riconoscimento di Socio onorario 2019, in una serata evento, in programma all’interno della stagione “Cedi al Passo”. 

Difficile raccontarla, più semplice invitarvi a seguirne l’intera poetica interiore. Un’artista dallo sguardo autentico, diretto e acuto, da sempre attenta all’impegno sociale. “Mi metto sempre a nudo”; “Non seguo mai le previsioni del tempo”; “In arte si è geni o artisti di nicchia. Io sono genio di nicchia” scrive. Priva di retorica, sempre originale e raffinata nei ragionamenti, Rita Vitali Rosati riesce a ribaltare con la sua arte molti punti di vista. Nata a Milano nel 1949: “Traduttrice da sempre delle realtà più complesse attraverso l’intima forza di un quotidiano vissuto, si avvale di linguaggi espressivi diversificati: dalla fotografia al video, dall’installazione alla performance, fino all’uso di testi comunicativi”.

Che siano poetici, musicali o artistici, accogliete la proposta di fermarvi ad assaporare una sera d’estate, nell’incantevole giardino terrazzato del seicentesco Palazzo Ricci di Monterubbiano, sede della Fondazione Diversoinverso. Vitalità e genio, impellenza creativa e comunicativa, energia pura e visione futura, è questo che si condividerà con l’artista perché, come ci ricorda Rita Vitali Rosati, anima libera e senza tempo: “gli artisti o sono vitali (Rosati), o sono sotto terra”.

Dopo l’appuntamento di domenica 11 agosto, l’ultimo evento in programma per la stagione estiva 2019  sarà il 25 agosto con “UniVersi Paralleli” da Bach ad Astor Piazzolla fino al maestro Euro Teodori. I passi musicali di un padre Gianpaolo Antongirolami (sax) e di sua figlia Elena (violoncello).

  • Prima degli eventi, Palazzo Ricci aprirà ai visitatori gli spazi espositivi: teatro, foyer, mostre, laboratori creativi e sala musica
  • Dalle 19 si potranno ammirare opere originali: Hi-fi artigianali, lampade visionarie, ceramiche raku
  • Alle 21 nel giardino terrazzato: assaggi conviviali di cucina naturale bagnati dai vini Castrum Morisci
  • A seguire gli spettacoli

    Info:
     0734 59694/328 9669039

(sabrina lupacchini/slup)

Il Giullare: festival del teatro senza barriere

E’ calato il sipario sulla XI Edizione del Festival nazionale del teatro contro ogni barriera “Il Giullare” tenutosi a Trani a fine luglio . Un Festival in cui l’idea della diversità viene vissuta, raccontata, scavata, contorta, sconvolta. Una parola che diviene provocazione e sfida al cambiamento di prospettiva sulle cose. Gli spettatori del festival, tutti i suoi ospiti, i linguaggi utilizzati, le arti messe in campo, la ricca rete di realtà che vi aderiscono, sembra che per un attimo “volgano da un’altra parte”, guardino le persone, le cose da un “altrove”, da un altro punto di vista trasformando la percezione della decantata “diversità” in inconsapevole interiorizzata “normalità”.

E’ questa la scommessa culturale del progetto del Festival Il Giullare, che al suo interno ha poi una serie di ingredienti che ne arricchiscono il sapore: da una buona dose di capacità organizzativa al senso di accoglienza, dall’attenzione ai dettagli all’ostinato invito rivolto a tutti gli ospiti a vivere il nostro territorio, da un collaudato senso di adattamento alla volontà di offrire un evento di livello professionale elevato.

Oltre 150 persone provenienti da tutto lo stivale hanno popolato le giornate del festival, con compagnie teatrali che per una settimana hanno soggiornato nella nostra città, a dimostrazione anche del valore turistico di questa idea che porta un indubbio ritorno all’economia del territorio. La cronaca racconta poi di oltre 400 spettatori per ogni serata con alcune punte anche di 800, e con oltre 1300 tra spettatori seduti e curiosi in piedi che hanno vissuto nel salotto di Piazza Duomo le emozioni della serata conclusiva del Festival.

Il lavoro per la sfida n. 12 del Festival Il Giullare è già cominciato per seguirlo: www.ilgiullare.it #festivalilgiullare #ilgiullare

Coop. soc. e Associazione “Promozione Sociale e Solidarietà”
presso Centro Jôbêl – Via Giuseppe di Vittorio n. 60 – 76125 – BT tel. 0883.501407 E-mail: info@ilgiullare.it