Category: Luoghi ‘comuni’

Il Centro culturale in Val di Susa: ponte tra realtà e sogno

A Chianocco, in Val di Susa, a una quarantina di km da Torino, sta sorgendo il nuovo centro culturale e didattico dell’associazione sportiva dilettantistica NAD. Il progetto, sicuramente unico nel suo genere, risulta essere decisamente all’avanguardia da numerosi punti di vista.Primo tra tutti perché è un progetto portato avanti da un gruppo di persone che condividono un obiettivo comune legato alla consapevolezza corporea ed ecologica e poi perché la costruzione, pur nel rispetto di tutti i vincoli e normative edilizie, è fatta secondo i principi della bioarchitettura, utilizzando materiali naturali come legno, paglia e terra cruda.

Ce ne parla, Antonella Usai, presidente dell’Associazione Nad, nonché ideatrice e “anima” portante del progetto

Antonella Usai

Qual è stata la genesi del progetto che nasce in seno all’associazione NAD, di cui sei stata tra le fondatrici?
L’Associazione NAD (Nascere alla Danza) ha tra i suoi obiettivi principali quello di divulgare la conoscenza della danza e delle discipline corporee ad essa legate come lo yoga e le arti marziali ma la proposta che facciamo da anni ai nostri soci è culturale a 360 gradi in quanto crediamo che la cultura vera non possa prescindere dalla interdisciplinarietà.

Chi danza deve conoscere non solo il funzionamento muscolare e articolare del proprio corpo ma tutto ciò che contribuisce a far sì che questo corpo sia armonico. C’è un legame indissolubile tra il nostro corpo e quello che in India viene chiamata “Bhumi” ovvero il corpo della Terra. Per questo abbiamo sognato un centro immerso nella natura e fatto il più possibile con materiali ecocompatibili, perché crediamo profondamente che il rispetto verso l’essere umano e quello verso la natura siano da coltivare insieme.

Da quando circa due anni fa abbiamo acquistato la terra su cui sta sorgendo il centro e iniziato ad occuparcene, la cosa più bella è stato vedere il paesaggio trasformarsi da un campo semi abbandonato a un luogo vissuto e bello. Questo per noi vuol dire fare cultura nel senso vero del termine, cioè avere cura della Terra e di Noi. Siamo tutti molto emozionati immaginando che tra non molto potremo inaugurare il centro. Tutto questo sta richiedendo una grande tenacia e uno sforzo condiviso da parte di tutti i soci.

Nella Terra che abbiamo acquistato o meglio di cui siamo diventati custodi, abbiamo già realizzato un piccolo anfiteatro naturale. Quando ci arrivi è già uno spettacolo, una sorta di grande terrazza aperta sulla Valle di Susa e circondata dalle Alpi. I sedili sono costituiti dai muretti. Realizzare questa piccola grande opera è stata una soddisfazione immensa. All’inizio è stato complesso perché la maggior parte di noi non sapeva più come si costruisca un muretto a secco. Si stanno perdendo tradizioni civili e culturali e abbiamo un disperato bisogno invece di sentire che non tutto va perdendosi.

Il centro culturale

Cosa vedi ora e per il futuro del Centro?
Siamo molto contenti di vedere che un sogno comune si stia realizzando e siamo convinti che questo luogo offrirà un contributo importante alla vita culturale e sociale della Valle di Susa e a tutte le persone che vi circuiteranno. Per ora siamo già estremamente felici di ciò che sta mettendo in moto in termini di aumentata coscienza civile e partecipazione allargata e condivisa. Per il futuro ci auguriamo che un numero sempre crescente di persone possa trarre beneficio ma anche ispirazione dalla realizzazione di questo sogno e che altri progetti simili possano trovare la fiducia e il coraggio per essere.

Arte e sociale, come si fondono e sostengono per te e specificamente in questo progetto?
Da un lato forse il momento in cui ho messo più a fuoco la relazione tra l’arte e il sociale, è stato il momento in cui ho affrontato la tesi di laurea dedicata alla danza indiana e mi sono resa conto di quanto sia la direttrice della Accademia in cui mi sono diplomata sia le sue antesignane, avessero una profonda e radicata coscienza di queste due parole. Nella danza indiana l’aspetto sociale e l’aspetto religioso in origine erano intimamente legati. Penso spesso per esempio all’aneddoto di Marco Polo, quando ci dice che cosa incontra a Malabar, in India, raccontando che quando le offerte più importanti, le preghiere più elevate non valgono a risolvere il conflitto in una comunità, là interviene il ruolo dell’arte, il ruolo della danzatrice. Sono convinta che sia stato proprio a partire da questo tipo di visione e legandosi a questo tipo di speranza che Mrinalini Sarabhai, abbia fondato la Darpana Academy di Ahmedabad, dove io mi sono diplomata, che è un’Accademia dove l’arte e il sociale sono da sempre un tutt’uno.

Uno dei motivi per cui ho scelto la Darpana è stato proprio il fatto che all’interno dell’Accademia è presente il dipartimento delle “Arts for development”, dove il teatro, la danza e tutte le arti, vengono utilizzate per lo sviluppo ad esempio delle aree rurali sottosviluppate, o per lo sviluppo di una coscienza civile, o per l’emancipazione femminile.

Se guardo alla danza indiana da un punto di vista anche solo stilistico poi, (ormai sono quasi 20 anni di danza indiana, oltre i precedenti di danza contemporanea che ho alle spalle), mi viene da dire che la ricerca del gesto armonico o della voce armonica, del gesto bello con la B maiuscola, è una ricerca che non può non avere una ricaduta prima di tutto, sulla persona che danza, che fa arte, sulla persona che vede e di conseguenza, da quello che posso percepire anche dall’insegnamento e dalle performances che faccio, non può che non avere una ricaduta sul tessuto connettivo, con cui l’artista entra in relazione.

Una persona del pubblico che ha visto un mio spettacolo dal nome Shivoham di recente mi ha detto: “è uno spettacolo poetico – politico, perché c’è molta poesia, ma c’è molto sociale anche e c’è il tentativo di far vedere come questi aspetti siano connessi”. 

Io credo poi che un artista vero sia sempre, in qualche modo,  un rivoluzionario, perché deve fare un’opera di scavo talmente profondo dentro la propria anima e la propria essenza che non può prescindere da una rivoluzione al proprio interno. E fare rivoluzione al proprio interno vuol dire diventare portatori di un messaggio rivoluzionario anche verso l’esterno. A volte ci sono degli spettacoli che sono dichiaratamente sociali, altre volte non è dichiarato, ma il gesto è il gesto. Se quel corpo ha attraversato per arrivare a stare sulla scena o proporre quella particolare forma d’arte, quel tipo di rivoluzione, chiunque in qualche modo lo percepisce ed entra in risonanza con questo atto.

Ed ora vengo all’operazione della creazione del centro che stiamo portando avanti con l’Associazione NAD. Anche questa per me è un’operazione rivoluzionaria, a partire dal fatto che non siamo assolutamente più abituati ad opere collettive. Il risultato in quanto costruzione del Centro è assolutamente fantastico, ma ciò che è ancora più rivoluzionario per me è il processo attraverso cui stiamo arrivando a questo. È un processo di fiducia, coraggio, determinazione e forse una grande dose di testardaggine, perché è un progetto totalmente controcorrente. In una società che spinge fortemente verso l’individualismo, verso la protezione del proprio piccolo giardino, comprare una terra insieme e costruire un progetto comunitario, attraverso un’associazione, è già di per sé qualcosa di assolutamente utopico.

O rivoluzionario
O rivoluzionario! Penso che sia come quando metti su famiglia e decidi di mettere su casa, questo è molto simile, la differenza è che questa è una famiglia molto allargata, è la famiglia dei soci, che è una famiglia mobile, dove le persone entrano, si stabiliscono ma ne possono anche uscire. E’ una famiglia basata sulla fiducia, sulla progettualità, sul riconoscere obiettivi comuni, sul riconoscere anche  la possibilità che ci siano scontri e risoluzione dei conflitti, come in tutte le famiglie.
L’associazione è una forma meravigliosa ma anche molto difficile da abitare. Riconosco allo stesso momento che sia una delle forme sociali più forti, perchè se si sviluppa una coscienza allargata di un certo tipo, può avere davvero una lunga storia e quindi lasciare una bella eredità. Il fatto è che bisogna lavorare su questa coscienza allargata, su questa consapevolezza di essere parte  di qualche cosa che ci oltrepassa, che ci supera e che ci dovrebbe sopravvivere.

Mi ha colpito quando dicevi che una persona del pubblico ha definito quel tuo spettacolo poetico e politico e facevo un parallelo tra l’idea che il sociale dovrebbe essere già insito dentro l’arte, così come il sociale dovrebbe essere insito nel politico, quindi sono come dire realtà che dovrebbero viaggiare insieme, e ti chiedo: per te la verità è rivoluzionaria
(Sorride): c’è un termine sanscrito che è Sat,  traducibile con verità, ma  traducibile anche con la parola esperienza o realtà, quindi ti direi si, assolutamente. La cosa più rivoluzionaria è l’accettazione di Sat, che è quella con cui tutti noi facciamo più difficoltà a relazionarci. Non mi riferisco all’accettazione in senso di passività ovviamente.

Ti augureresti che questo progetto abbia come eredità Sat? Sarebbe un buon augurio, come eredità culturale, parlavi di eredità prima.
MMi piacerebbe molto che Sat si unisse alle altre due parole che vengono associate a Sat, che sono Cit e Ananda, che sono cioè, come nello spettacolo Shivoham viene spesso detto, una sorta di connubio, sempre presente, ma che sfugge alla nostra  mente, quando è piccola, quando non è aperta. L’arte ha questa capacità di aprire la mente, di far toccare, intuire la verità sotto l’apparenza, le tre parole che stanno insieme sono Sat-Cit-Ananda, cioè, Verità, Consapevolezza e Beatitudine e quindi sì, mi auguro che ci sia questo per il nuovo Centro, e non solo per il Centro, …per tutti noi. 

Un’ultima domanda. Quali sono gli appuntamenti dell’estate NAD che riguardano il Centro?
Questa estate come quella precedente e le prossime a venire i soci NAD saranno impegnati nel prendersi cura del Centro e della Terra. Abbiamo tanti piccoli grandi lavori da portare avanti come i muretti a secco, la cura delle piante, la sistemazione dei sentieri etc. Si tratta sempre comunque di momenti di Festa dove, alla fine, dopo la fatica, si suona, si danza, si parla e si condivide sempre del buon cibo. 
Poi abbiamo in programma due seminari intensivi dal titolo “Viaggio al Centro”. Saranno dei momenti dove ovviamente si potrà scoprire e vivere il Centro fisicamente ma anche interrogarci ed esplorare cosa voglia dire “Viaggiare al centro…” Viaggiare al centro sembrerebbe un ossimoro visto l’accostamento tra dinamismo e stabilità, moto e fissità. E’ un po’ come invitare a mettersi in viaggio senza allontanarsi, alla ricerca di quel centro di gravità permanente della nota canzone di Battiato. E poi il titolo di questi seminari è stato ispirato anche dal “Viaggio al centro della Terra“ di Jules Verne, uno scrittore che, pur avendo viaggiato pochissimo, è riuscito a comporre alcune tra le pagine più visionarie che siano mai state scritte. E i visionari sono anche loro dei rivoluzionari…vedono cose nuove e creano realtà nuove o forse semplicemente parallele. 

INFO: 
www.compagnianad.it
associazionenad@gmail.com
Fb: CompagniaNad

(Intervista a cura di Roberta Fonsato)

Trasformazione e Migrazione. A Firenze il congresso mondiale di Storia dell’Arte

Dopo oltre quarant’anni, il Congresso Mondiale di Storia dell’Arte del CIHA (Comité International d’Histoire de l’Art) torna in Italia per svolgersi a Firenze nella settimana dal primo al 6 settembre 2019.

MOTION: Transformation” costituisce la prima parte del 35esimo Congresso Internazionale del CIHA che per la prima volta si terrà in due paesi diversi a distanza di un anno. La seconda parte dal titolo “MOTION: Migrations” avrà luogo infatti a San Paolo delBrasile nel settembre 2020.
Il congresso intende dare avvio a uno straordinario dibattito trans-culturale riguardo a uno dei temi da sempre di maggior rilievo nella cultura globale: il Movimento, declinato su due dei suoi aspetti più importanti, Trasformazione e Migrazione.  Il congresso fiorentino prende avvio da una riflessione rivolta sia al ruolo dell’artista inteso come “colui che agisce e fa”, in quanto dotato della capacità divina di plasmare la materia e di creare forme nuove, sia alla natura dell’oggetto d’arte a sua volta dotato di “anima”.

NOVE LE SESSIONI DI STUDIO

Tra le tematiche trattate nelle nove sessioni di studio, si parlerà della figura dell’artista come figura divina e misticamente ispirata, ma anche degli effetti del tempo sull’opera d’arte e del rapporto di quest’ultima con l’ambiente, del potere delle immagini in relazioni alle religioni, del ruolo esercitato dalle arti nei processi di trasformazione sociale anche in riferimento allo sviluppo tecnologico, fino ad arrivare al “Viaggio” tramite il quale viene favorita la circolazione costante di persone, idee e oggetti

Le Sessioni
1: L’arte come visione
2: L’arte e la materia nel corso del tempo
3: L’arte e la natura
4: L’arte e le religioni
5: L’arte fra disegno e scrittura
6: Iconicità e processo di produzione in architettura
7: Arte, potere e pubblico
8: L’arte, i critici e gli spettatori
9: Voyage

Per informazioni sulle iscrizioni:

35° Congresso internazionale di Storia dell’Arte
Firenze 1-6 Settembre 2019Comitato scientifico del Congresso

(sabrina lupacchini/slup)

Le meraviglie del “Fare”. La profondità arcaica del lavoro artigiano

“Le Meraviglie del Fare. Storie di Artigiani, Territorio e Saper Fare in Valle Camonica” è il titolo della mostra evento organizzata dal musil Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia e dal Distretto Culturale della Valle Camonica, a cura dello studio di design milanese Whomade, che si terrà al Museo dell’Energia Idroelettrica di Cedegolo dal 29 giugno al 6 ottobre 2019. Un percorso di otto installazioni site specific e un’inedita personale dell’artista Stefano Boccalini per scoprire la profondità arcaica del lavoro artigiano, tra tradizione e innovazione. L’esposizione è completata dalla mostra design FUORI.GIOCO di Segno Artigiano e da un’area gioco per bambini.

L’inaugurazione è fissata per venerdì 28 giugno 2019, alle ore 17.30 con una serata all’insegna del divertimento ad ingresso gratuito.

Le Meraviglie del Fare, nata nel solco di Segno Artigiano, un progetto che mira a far conoscere e promuovere la grande tradizione artigiana della Valle Camonica. La mostra sarà visitabile dal 29 giugno al 6 ottobre 2019 negli orari di apertura del museo.


(sabrina lupacchini/slup)

“In Wall We Trust”: al via l’ottava edizione con due street artist messicani che operano anche nel sociale

Inizia giovedì 4 ottobre, con l’arrivo di due street artist messicani, l’ottava edizione di In Wall We Trust – International Street Art Exhibition, manifestazione organizzata dall’associazione no profit “In Wall We Trust”, fondata e diretta dal duo di artisti campani Domenico Naf-Mk Tirino e Caterina Ceccarelli in programma ad Airola, nel cuore del Sannio beneventano, fino al prossimo 12 ottobre. Due gli interventi artistici pensati per questa prima parte dell’ottava edizione in altre due zone centralissime del borgo, situato nel cuore della Valle Caudina.

Piazza Caduti di Nassiriya ( ex piazza Mercato ) vedrà all’opera lo street artist emergente Ramsteko, originario di Tijuana, Messico, classe 1990, che fin da piccolo ha coltivato l’interesse per il disegno. Entrato da subito nel mondo dei graffiti, inizia a dipingere illegalmente nelle vicinanze di Tijuana.  Le sue idee prendono forma dalla necessità di creare e rivoluzionare la grafica figurativa in un modo più formale mescolando elementi di graphic design con basi della figura umana, sempre dando un messaggio ben preciso allo spettatore sia su muro che su tela.

Via Lavatoio, dopo l’intervento a opera di Sasha Korban, artista ucraino, che durante la scorsa edizione della manifestazione ha realizzato Harmony, una aggraziata e imponente ballerina sul maestoso sfondo del monte Taburno, vedrà l’intervento, a pochi metri di distanza, dello street artist Secreto Rebollo. “Il Gigante Messicano”, classe 1985, è un artista cresciuto nel quartiere detto “Cerro del 4”,  un antico vulcano inattivo nella zona di Guadalajara, a Tlaquepaque, nello stato messicano di Jalisco, una delle aree più difficili del Messico, dove, grazie ai graffiti, riesce a uscire dalla spirale di violenza delle strade.

Entrambi per la prima volta in Italia, reduci in Europa dal Meeting of Styles tenutosi in Francia, Ramsteko e Secreto Rebollo sono tra i maggiori esponenti della scena artistica messicana attuale. Due artisti che operano anche nel sociale in tutto il Messico, entrambi promotori di numerose iniziative a scopo benefico,  in collaborazione con enti, associazioni e talvolta con la polizia locale per migliorare la vivibilità di determinate zone degradate e malfamate.

In Wall We Trust è stato sempre pensato dagli organizzatori come momento di forte condivisione artistica e umana tra le comunità locali e gli artisti provenienti dall’estero, all’insegna dello scambio culturale e dell’arricchimento reciproco.

In Wall We Trust sta lavorando all’uscita del sito ufficiale, con contenuti e documentazione sulle otto edizioni, e spazi per le attività che ogni anno contribuiscono alla realizzazione dell’evento. “Il prossimo obiettivo è la mappatura completa dei muri che sono stati realizzati su tutto il territorio sannita con l’individuazione dei punti di maggiore interesse, e l’inclusione delle attività promotrici”.

#ANIMESCOSSE. Storie dal sisma per immagini

In occasione della ricorrenza del secondo anniversario del sisma la Galleria al142 di Milano (viale Monza 142) e l’associazione L’Incontro inaugurano (venerdì 5 ottobre, ore 18.30 – 21.00) la mostra #ANIMESCOSSE STORIE DAL SISMA fotografie di Fabio Oriani a cura di Paola Riccardi. L’esposizione rimarrà aperta fino al 18 ottobre 2018

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Fabio Oriani classe 1969, è un fotografo professionista che si è misurato in generi diversi, dalla fotografia sportiva al ritratto, dalla street photography al reportage, con una spiccata propensione per le storie delle persone raccontate con approccio empatico e umanistico. Il lavoro in mostra è forse il suo più intenso reportage e riguarda la situazione post sisma nelle terre marchigiane a due anni dal tragico evento. Oriani si è recato più volte nei luoghi colpiti dal terremoto nell’ottobre 2016, raccogliendo una documentazione che guarda soprattutto alle energie di ricostruzione ed in particolare alla capacità degli abitanti di questi luoghi di saper ripartire da un nuovo inizio.

Un racconto costruito sulla prospettiva della rinascita concentrandosi più ancora che sul tema della ricostruzione architettonica e ambientale, sulle prospettive legate alla vita delle persone. Le immagini raccontano la capacità collettiva di una ricostruzione interiore e psicologica dopo la grande paura e la presenza di una partecipata solidarietà da parte di associazioni, volontari e gente comune. I punti basilari di questo progetto sono la divulgazione della memoria, il racconto in profondità, la testimonianza storica, la condivisione culturale, la conoscenza del territorio e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, generalmente piuttosto incurante e distante dagli eventi che hanno colpito i 60 comuni del comprensorio dei monti Sibillini.