La sindrome “dell’accumulo compulsivo” tra creatività e patologia

Alla fine degli anni Novanta una rete televisiva americana mandò in onda un programma dal titolo “Affluenza” che documentava la cultura americana del materialismo e del consumismo, come un disagio sociale in cui i beni prendevano il sopravvento sulle nostre vite. Oggi il digitale terrestre free “Real Time” propone allo spettatore tutti i lunedì dopo le 23 “Sepolti in casa” un condensato di immagini e storie scioccanti (vai la photogallery di RealTime) di case non più vivibili e persone in difficoltà a causa del loro bisogno ossessivo di procurarsi, senza utilizzare né buttare via, una notevole quantità di beni. Studi recenti dichiarano che dai 6 ai 15 milioni di americani soffrono di “disposofobia”, una malattia che causa non poche difficoltà nella vita quotidiana. Il New York Times a marzo del 2007 riportava che dal 1995 la quantità di depositi americani era aumentata del 90% e che più di 11 milioni di famiglie li noleggiavano, perché che non volevano separarsi di cose che forse un giorno avrebbero potuto utilizzare e che le loro case non potevano più contenere.

Alcuni oggetti esposti al Museo Guatelli

C’è anche da ribadire il concetto per cui “confusione e disordine” spesso sono stati anche definiti “indicatori di creatività ed efficienza”: molte persone di successo mancano di capacità di pianificazione e organizzazione di base e in questi casi il disordine viene celebrato, piuttosto che trattato come disturbo. È quando la disorganizzazione influisce sulla qualità della vita e i danni superano i benefici che il disturbo si affaccia. Restituendo un valore alla capacità di mantenere oggetti nel tempo, di recuperarli, di non buttarli, ci sono stati anche ‘accumulatori’ che hanno donato alla collettività beni sociali e culturali, traducendoli in veri e propri musei, è il caso di Ettore Guatelli (Collecchio, 18 aprile 1921 – 21 settembre 2000) maestro elementare, collezionista di cose e di storie, che ha accumulato nel tempo oltre 60 mila oggetti, trovandosi involontariamente coinvolto nel movimento di riscoperta della cultura materiale, che caratterizzò gli anni Settanta. “L’utilità delle cose anche quando queste sono state espulse dal quotidiano come scarti o rifiuti” questo il senso della raccolta Guatelli che del suo rapporto con gli oggetti diceva “sono entrato in comunione con loro, sento che parlano, a forza di starci insieme, di sentire la loro storia, di sentire la gente che ne parla, senti che non sono soltanto cose ma una parte dell’uomo”. Tra le tante definizioni che usava per descrivere la collezione a lui intitolata, Ettore Guatelli ricorreva spesso a quella di “museo dell’ovvio” oppure di “museo del quotidiano”.
Martelli, pinze, pale, forbici, botti, pestarole, scatole di biscotti, sedie ecc. ecc. sono loro che rivestono le pareti del  Museo Guatelli a Ozzano Taro Collecchio (Pr), seguono semplici e artistici motivi geometrici e riempiono i mobili e le mensole, creando un effetto scenografico carico di suggestioni visive e artistiche, capaci di evocare gesti quotidiani di vita contadina. Gli oggetti custoditi nel museo testimoniano la storia comune di uomini e donne “dell’età del pane”, quando il lavoro nei campi sostanziava di sé il profondo legame dell’uomo con la vita. (s.lup.)

Fonte: Agenzia Redattore Sociale

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